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Francesco Rosi, nato il 15 novembre 1922 nel cuore di Napoli, nel rione Montecalvario, è stato uno dei più grandi registi italiani del Novecento, capace di coniugare impegno civile e arte cinematografica. Figlio di madre napoletana e padre calabrese, Rosi ha vissuto un percorso artistico che lo ha portato a diventare il padre del cinema d’inchiesta italiano, un genere che ha saputo raccontare con rigore e passione le contraddizioni della società italiana.
Gli inizi: tra giurisprudenza e teatro
Durante gli anni difficili del fascismo, Rosi si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli, senza però completare gli studi. La sua vera passione è il teatro e il cinema. Lavora per diverse emittenti radiofoniche e collabora con varie redazioni giornalistiche, mentre entra in una compagnia teatrale e diventa assistente di Ettore Giannini per due anni. Ma il suo sogno resta quello di diventare regista.
Per questo prepara un saggio tratto dai Malavoglia di Verga per accedere al prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia. Qui, grazie ai suoi amici, incontra Luchino Visconti, uno dei padri del neorealismo italiano. Visconti lo assume come aiuto regista nel film La terra trema (1947), esperienza che Rosi ricorderà come una vera e propria università del cinema, definendola come “fare scienze sperimentali, l’università con due o tre lauree”.
Il debutto da regista e la Napoli del dopoguerra
Negli anni Cinquanta Rosi lavora come aiuto regista con grandi nomi come Vittorio Gassman, Goffredo Alessandrini ed Ettore Giannini. Nel 1958 esordisce con il suo primo lungometraggio, La sfida, ambientato proprio a Napoli. Il film racconta la vita di persone comuni, povere e marginalizzate, costrette a confrontarsi con la povertà materiale del dopoguerra e spesso coinvolte in attività illecite per sopravvivere. Questa pellicola segna l’inizio di un cinema che mette al centro la realtà sociale e i suoi drammi.
Il cinema d’inchiesta: una svolta negli anni Sessanta
Negli anni Sessanta Francesco Rosi rivoluziona la cinematografia italiana con il suo approccio di cinema d’inchiesta. Nel 1962 dirige Salvatore Giuliano, un film che racconta la vita del celebre bandito siciliano attivo tra gli anni Trenta e Quaranta. Giuliano, oltre a compiere azioni criminali, è un simbolo della lotta per l’indipendenza della Sicilia, tema delicato e controverso. Rosi utilizza una narrazione non lineare, fatta di flashback che ricostruiscono i fatti senza un ordine cronologico, offrendo uno sguardo complesso e approfondito. Il film viene premiato con l’Orso d’Argento al Festival di Berlino e il Nastro d’Argento come miglior regista.
Nel 1963 esce Le mani sulla città, un inchiesta sullo sviluppo edilizio a Napoli, che denuncia il connubio tra malavita organizzata e apparati dello Stato. Il film è un duro atto d’accusa contro la speculazione edilizia e le sue conseguenze sulla città. Per questo lavoro Rosi riceve il Leone d’Oro al Festival di Venezia e diverse candidature ai Nastri d’Argento.
Ritratti di un’Italia complessa: dalla guerra alla politica
Nel 1970 Rosi dirige Uomini contro, un film ambientato durante la Prima Guerra Mondiale che mette in luce l’assurdità e la crudeltà di un conflitto vissuto dai soldati comuni, spesso vittime di ordini insensati da parte dei loro superiori. Questo film conferma la sua capacità di raccontare storie di grande impatto sociale.
Nel 1972 arriva Il caso Mattei, un’opera che esplora la vita di Enrico Mattei, figura chiave dell’industria energetica italiana e presidente dell’ENI. Rosi ripercorre la carriera di Mattei, la sua strategia per garantire l’energia al Paese e le circostanze misteriose della sua morte in un incidente aereo. Il regista si avvale della collaborazione di giornalisti per offrire un ritratto dettagliato e accessibile al grande pubblico. Il film gli vale la Palma d’Oro a Cannes, sottolineando il suo ruolo di narratore attento e critico della realtà italiana.
Altri capolavori e il legame con Napoli
Tra gli anni Settanta e Novanta, Rosi firma numerosi film di rilievo come Lucky Luciano (1973), Cadaveri eccellenti (1975), Cristo si è fermato a Eboli (1979), Tre fratelli (1981), Carmen (1984), Cronaca di una morte annunciata (1987) e Dimenticare Palermo (1990). Napoli torna protagonista nel cortometraggio 12 autori per 12 città (1990), realizzato in occasione della Coppa del Mondo di Calcio, in cui Rosi dedica un omaggio alla sua città natale.
Nel 1992 dirige Diario napoletano, un film-inchiesta che attraversa le strade di Napoli per raccontare la delinquenza giovanile e il mercato della droga, ma anche la speranza di un futuro migliore per la città. Il suo sguardo è sempre attento e partecipe, capace di cogliere le sfumature di una realtà complessa.
Nel 1997 realizza La tregua, ispirato al romanzo di Primo Levi, che racconta il ritorno a casa degli italiani sopravvissuti ai campi di concentramento. Il film viene premiato con il David di Donatello, riconoscimento che sottolinea la qualità e l’importanza del suo lavoro.
Gli ultimi anni e l’eredità di un maestro
Negli anni Duemila Rosi si dedica anche alla regia teatrale, continuando a esprimere la sua creatività e il suo impegno culturale. Nel 2012 riceve il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia, un riconoscimento che celebra la sua lunga e significativa carriera.
Francesco Rosi si spegne a Roma il 10 gennaio 2015, all’età di 95 anni, lasciando un’eredità preziosa nel panorama del cinema italiano e un modello di impegno civile e artistico che ancora oggi ispira registi e appassionati.
La sua Napoli, vissuta e raccontata con autenticità, resta un punto di riferimento imprescindibile per comprendere non solo la sua opera, ma anche le contraddizioni e le bellezze di una città unica al mondo.


