putipù
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Il putipù

Il putipù si distingue tra le varie creazioni tipicamente musicali per la sua antichità e virtuosismo.

Chi non si emoziona al suono melodioso delle canzoni napoletane? La tradizione vuole che i classici brani partenopei fossero interpretati dai più noti cantanti e accompagnati dai più particolari strumenti musicali.

Le canzoni in questione sono note in tutto il mondo, tanto che le hanno persino tradotte e rivisitate in chiave blues. Tuttavia la classicità di tali brani è data proprio dallo strumento utilizzato per musicare le parole. Tra questi strumenti sovente è l’uso del cosiddetto putipù, anche chiamato caccavella.

Ormai tutti i paesi del mondo, tra cui la Corea del Sud o il Giappone, sono talmente innamorati da questi strumenti particolari, che nel loro stato si organizzano dei corsi di musica napoletana e si tengono i migliori concerti, sempre lingua napoletana. Insomma Napoli è invidiata in ogni senso.

Il folklore napoletano alimentato dal putipù

Appare dunque evidente il rapporto indissolubile che esiste tra la tradizione e il folklore napoletano con strumenti musicali che i partenopei hanno creato appositamente per dare un valore aggiunto al loro repertorio musicale.

Il putipù si distingue tra queste creazioni, per la sua antichità e virtuosismo. A Napoli inizialmente veniva chiamato “Caccavella”. Tuttavia per il rumore che riproduce, la sua onomatopea, è diventata il soprannome con cui indicare lo strumento. Ecco dunque che a lungo andare sulla bocca dei napoletani lo strumento diviene Putipù.

Il nome in varie zone del Sud

La tradizione vuole che a seconda delle zone della Campania comunque, lo strumento putipù prenda un nome diverso. Tra quasi indichiamo “Pernacchiatore”, “Puti-puti”, “Pignato”, “Cute-cute”, “Cupellone”, “Pan-bomba”( d’origini spagnole). Il termine “Cupa-cupa” non solo viene utilizzato nelle città campane, ma anche (o forse soprattutto) in Puglia.

La “Caccavella” (o “Putipù”) si compone di:

  • una cassa acustica;
  • una membrana di pelle o di tela grossa;
  • una canna di bambù.

La struttura della caccavella

A livello strutturale, questa tipologia di strumento si concentra soprattutto sulle percussioni della cassa acustica. Quest’ultima si decorava sul bordo con nastrini colorati.

A suo tempo veniva utilizzato un tegame (ecco perché si chiama anche caccavella) di terraglia. La terraglia era una specie si creta molto comune i secoli scorso al sud Italia per costruire i vasi i piatti e le pentole. Il tutto si completava di un mastello di legno (che nel “putipù” ha dimensioni contenuti e che invece è di maggiori dimensioni nel “cupellone”).

In altre circostanze si usava un cilindro di latta, soprattutto nel ceto povero. Questi barattoli utilizzati sono quelli che contenevano i pomodori.

Di solito il tegame si andava a coprire con le pelli animali. In assenza di queste membrane (di solito prese da pecore, capre o conigli. E in alcuni casi estremi anche dal vitello e dall’asino) la gente sostituiva una tela grossa.

La parte in basso della canna di bambù (al cui vertice si metteva un fiocco o ogni tipo di decoro) aveva un foro posto proprio sul centro della membrane. Ambedue le parti si legavano e si fissava il tutto sulla parte alta della cassa acustica.

Il suono del putipù

Come si riproduceva il suono? Si strofinava la canna di bambù dalla parte alta verso quella bassa. Bisogna avere la mano inumidita con una pezzuola bagnata o una spugnetta intrisa d’acqua. In tal modo si producevano le vibrazioni nella pelle che, agevolate dall’aria contenuta nella cassa armonica tiravano fuori questo particolare suono.

Il cambiamento nel corso dei secoli

Con il passare del tempo, poi, la composizione dello strumento abbandonò la sua struttura povera. E così la di risonanza fu abolita in favore di una struttura in legno e la membrana si montava in modo più saldo ad essa. Tuttavia bene o male, il suono riprodotto è sommariamente lo stesso.

Ancora oggi la caccavella si utilizza, in particolare durante le sagre e in alcune feste, come matrimoni, Capodanno e Carnevale. Addirittura c’è l’usanza di suonare il Putipù per la Settimana Santa o quando i contadini uccidono il maiale.


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