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Vincenzo Gemito: vita e opere

Vincenzo Gemito è tra gli scultori più particolari di Napoli, per la sua vita tormentata e per il suo talento

Vincenzo Gemito è uno dei più importanti disegnatori e scultori della bella Napoli. Per i motivi che più avanti vedremo, si meritò il soprannome di ‘o scultore pazzo.

L’origine misteriosa di Vincenzo Gemito

Delle sue origini si sa ben poco. Fu abbandonato nella ruota degli esposti dell’ospedale Annunziata. Il suo orecchio destro si presentava con un cerchietto d’oro, unico ricordo della madre biologica. All’anagrafe gli fu affidato il nome di Vincenzo Genito (generato) che poi fu mal trascritto come Gemito. In tenera età fu dato in adozione a Giuseppina Baratta e del suo consorte Giuseppe Bes.

Sin dalla tenera età mostrò il suo talento soprattutto nella scultura e fu seguito da molti mecenati in questo campo. Tuttavia, quanto egli sapeva fare nasceva esclusivamente dalle sue conoscenze.

La prima formazione

Le prime botteghe frequentate da Vincenzo Gemito furono quelle di Emanuele Caggiano, scultore di gusto accademico, conosciuto quando lavorava come fattorino per un sarto. Poco dopo nel 1862, il giovane Vincenzo si trasferì nella bottega di Stanislao Lista, da cui imparò tutti i rudimenti dello studio del vero nella scultura.

Qualche anno dopo fece domanda e fu ammesso al Regio Istituto di belle arti, dove rimase pochissimo. La sua fonte massima di ispirazione erano infatti i vicoli del centro storico di Napoli. Ecco dunque che nel 1868 fece la sua prima mostra presso la Società promotrice di belle arti di Napoli, esponendo il Giocatore di carte. Si tratta di una scultura che spiega la realtà partenopea attraverso la figura dello scugnizzo che gioca a carte.

Le prime opere

Le prime opere dell’artista danno prova della sua tendenza ad una vita realistica, fatta dinbstrada e vicoli. Insomma della tipica realtà partenopea.

Ecco dunque che nelle sue opere si ritrova una spontanea immediatezza e genuina freschezza. Basti pensare a come sono delineati i suoi modelli in particolare tutti i vivissimi busti e teste giovanili in terracotta.

Tra le opere che più dimostrano la sua propensione sono le opere di bambini nei cui tratti somatici viene messa in auge una sorta di intima e delicata sofferenza. Questo è quanto si riscontra nel Malatiello (Napoli, Museo di Capodimonte) che, rappresenta una delle prime opere ideata appena ventenne. Stesso discorso vale anche per “il Bruto”, una scultura che ricorda il tipico “scugnizzo” napoletano con l’espressione sfacciata.

Il blocco sessuale

La sua identità sessuale inficiava sul suo lavoro. Tuttavia andò presto in crisi, dopo il matrimonio con Anna Cutolo. Non gli fece infatti bene la trappola di una famiglia (eterosessuale) normale come non l’aveva mai avuta e che non rispecchiava la vita da scugnizzo.

Questo disagio lo portò per questo intorno al 1887 a dare segni di squilibrio mentale, costringendolo a periodi di allucinazioni, trascorsi anche in manicomio. Ecco dunque il nomignolo di “scultore pazzo”.

Lo scultore pazzo

Gemito non riusciva a stare rinchiuso, così scappò dal nosocomio nel 1887 e si rifugiò nella sua  casa a via Tasso, dove trascorse quasi 20 anni sotto ferreo controllo di moglie, figlia e patrigno. In questo ventennio tra razionalità e follia furono molte le sue opere grafiche.

Nel frattempo la sua fama cresceva. Non a caso vinse:

  • a Buenos Aires, nel 1886, la medaglia d’argento di prima classe;
  • a Parigi, nel 1889 e nel 1890, il grand prix per la scultura;
  • ad Anversa, nel 1892, il diploma d’onore;
  • a Parigi, di nuovo il grand prix nel 1900.

Gli ultimi anni della sua vita

Gemito si riprese dalla crisi mentale soltanto nel 1909 all’età di cinquantasette anni. Complice della sua guarigione sicuramente la morte di madre e moglie.

Fu allora che venne fupri quello che Di Giacomo chiamava «crepuscolo tragico». Un aspetto questo molto forte nel Pescatorello ideato a Margherita da Elena d’Orléans, duchessa d’Aosta. La stessa persona che lo convinse a prender parte alla VIII Biennale di Venezia con diversi disegni sulla realtà vernacola napoletana, che lo resero poi celebre. Muore nella sua Napoli nel 1929.


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